Indulging in dystopian realities with Marco Ceroni

 
 
Per l’uscita delle Nike Air Max 96 II, abbiamo fatto due chiacchiere con il visual artist Marco Ceroni (@marco_ceronee), reduce dalla mostra “GMG – Gioielli Mostri Giganti” in Fonderia Battaglia.
 
Motorini e sneakers sono i feticci estetici della sua arte, che crea dei cortocircuiti spazio-temporali all’interno di una realtà distopica, che trova la sua piena definizione nel rapporto con la vita dell’artista.

 
 

Photo: Toni Brugnoli, talent: Marco Ceroni, ©Pluss 2021

Indulging in dystopian realities with Marco Ceroni

 
Per l’uscita delle Nike Air Max 96 II, abbiamo fatto due chiacchiere con il visual artist Marco Ceroni (@marco_ceronee), reduce dalla mostra “GMG – Gioielli Mostri Giganti” in Fonderia Battaglia.
 
Motorini e sneakers sono i feticci estetici della sua arte, che crea dei cortocircuiti spazio-temporali all’interno di una realtà distopica, che trova la sua piena definizione nel rapporto con la vita dell’artista.
 

Photo: Toni Brugnoli, talent: Marco Ceroni, ©Pluss 2021

In Italia c’è una certa reticenza a dire “faccio l’artista”, come se fosse una cosa di cui vergognarsi.
Quando scegli di seguire questa strada devi affrontare un sacco di pregiudizi.
Finisci intrappolato in un vicolo cieco per cui sei un alternativo sfaticato che non vuole lavorare ma, allo stesso tempo, se vuoi fare della tua arte un lavoro, allora sei meschino e irrispettoso perché “l’arte è una disciplina sacra”.
 
Un altro tabù riguarda il discorso economico: sembra che gli artisti debbano pagare le bollette con i complimenti. Invece il tuo è un approccio internazionale, concreto: fai magliette, sculture 3D e gadget come altri artisti contemporanei, tra cui Kaws e Futura.
Questa scelta arriva dai primi contatti che ho avuto con il pubblico. Mi piaceva l’idea di dare a tutti la possibilità di portarsi a casa un “pezzo” della mia arte, anche alle persone che vengono alle mostre ma non possono permettersi una scultura originale.
Per molti può essere una specie di sacrilegio, ma così vincono tutti: l’artista coltiva un rapporto diretto con il pubblico e ottiene una piccola entrata per continuare a fare le sue cose, l’audience diventa supporter e torna a casa con un ricordo concreto.

Parte della tua formazione è comunque tradizionale. Hai studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e poi a Milano in NABA, due anni in Arti Visive e Studi Curatoriali.
Perché ero consapevole di avere dei limiti tecnici, mi servivano le basi.
Oltre alle competenze elementari, in accademia insegnavano anche il “manuale del bravo artista contemporaneo”: quali argomenti trattare, con quali persone collaborare, dove esporre. Ecco, io da quelle cose sono scappato. La prerogativa dell’artista è essere libero di fare quello che vuole, non diventare un soldatino.
 
L’arrivo dei social media ha stravolto il ruolo degli artisti. Prima vivevano fuori dalla realtà, addirittura cercavano l’isolamento. Al contrario, oggi sono personaggi attivi nel discorso pubblico, sostengono iniziative o si espongono in prima persona. Ti senti a tuo agio in questa nuova dimensione?
Per me non è fondamentale costruirsi un ruolo all’interno della società, ma in quanto artista sono consapevole di avere un certo potere tra le mani. Per prima cosa, ho l’arroganza e la pretesa di avere qualcosa da dire al mondo. Così creo delle opere per comunicare il mio modo di vedere la realtà, portare le persone in nuovi mondi e affrontare temi che ritengo importanti.

Nella tua arte trovo comunque un certo valore sociale: opere così concrete e intime, ispirate alla tua storia personale, possono spingere molti a seguire la tua strada.
Ci spero un sacco, ma non voglio passare per un maestro di vita. Tanti ragazzini hanno visto che basta scaricare un beat da Youtube per provare a trappare; anche senza avere successo, vedere qualcuno che ci prova li aiuta a capire che possono farlo anche loro. Ecco, mi basterebbe dimostrare al ragazzetto fissato con il disegno che fare arte è possibile, e che la forza di un’opera deriva dal vissuto chi ci sta dietro, non da uno spiegone astratto e concettuale.
 
Un altro dei macro-temi di oggi è la sostenibilità. Al centro delle tue opere ci sono concetti come la trasformazione del paesaggio urbano e il riutilizzo di elementi di scarto – carene che diventano bestie immonde, Air Max che si trasformano in basamenti.
Vedi dei punti di contatto tra queste cose o ti sembra una forzatura?

Con quello che faccio cerco di creare uno shock, cambiare l’aspetto di un oggetto e il modo in cui viene percepito all’interno dello spazio-tempo. Anche ripensando alle opere realizzate con materiali di scarto, in realtà la mia arte finisce per testimoniare la vittoria dell’organico sull’inorganico, della visione naturalistica su quella antropocentrica.

La tua è un’arte di rottura, che tu stesso hai definito un “movimento iperbolico”, e ruota attorno ad un feticcio estetico che è quasi onnipresente: il motorino.
Come ogni altro feticcio, il motorino è legato alla mia vita, ai posti dove ho vissuto.
Sono nato in Romagna, a Faenza, quindi è sempre stato un simbolo di emancipazione. Aspetti di avere 14 anni per scappare dal buco dove abiti e andare nel paesino accanto, passi l’estate a smanettare sui motori e sulle carene assieme agli amici.
 
Poi sei arrivato a Milano, passando dalla provincia alla periferia.
Lì questo background si è fuso con la periferia milanese, dove i motorini sono dei veri e propri elementi urbani. Passavo intere serate a immaginare come trasformare quelle carcasse smontate che vedevo fuori dallo squat dove abitavo; così ho fatto le prime azioni sugli elementi urbani, colorando di oro alcune macchine bruciate e intervenendo sugli elementi che mi circondavano.

Questa reinterpretazione personale della realtà è molto evidente negli SLAG. Qui animale e urbano si emulsionano fino a diventare il simulacro brutale di un mondo distopico, premonizioni di un futuro post-apocalittico.
Anche qui sono partito dai motorini, visto che si tratta di carene di Booster mbk riprodotte in ceramica, e modificate con degli innesti che richiamano il mondo organico.
Per me gli SLAG sono frammenti di un mondo parallelo. Ho cercato di produrre un blackout mentale nel cervello degli osservatori, di aprire uno stargate mentale verso mondi distopici e sperimentali simili a quelli di J.G. Ballard o Philip K. Dick. Dentro le pieghe di questo sfasamento si nasconde una sensazione di straniamento, che mette in discussione la realtà in cui viviamo e presuppone infiniti universi alternativi, dominati dal caos e dall’entropia.

Per il rilancio delle Nike Air Max 96 II, abbiamo realizzato tre poster in formato A3, firmati a mano dal fotografo Toni Brugnoli.
In ogni ordine viene inserito casualmente uno dei poster, che raffigurano gli SLAG di Marco Ceroni e fanno parte di una tiratura limitata di 100 pezzi.

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